Up and Down

 

 

Up and Down.

Su e giù.

– Cos’è Down?
– La guerra!

– Cos’è Up?

– L’acqua quando hai sete!

Cammino cammino cammino intorno al palazzo, poi intorno al quartiere e poi di nuovo verso il palazzo vicino al citofono, cammino cammino cammino.

Mi fermo.

“Devi solo premere un pulsante senza pensarci troppo” dico tra me e me. Uno stupido pulsante sì, ma sopra il pulsante c’è un’etichetta e sull’etichetta c’è un nome. Se io premessi il nome innescherei un impulso elettrico su fino al quarto piano dietro la porta dell’appartamento a cui corrisponde il nome sul pulsante.

Su e giù.

Up and Down.

– No!

– Le serve una mano ragazzo? – Una vecchietta dietro di me si avvicina al portone con le chiavi nella mano destra e il quotidiano nell’altra. Visto il considerevole labirinto di rughe che le segnano il volto non credo abbia sentito il mio No! e deve aver pensato che mi servisse qualcuno con le chiavi per entrare nel palazzo.

– Ti ho sentito, sai – mi strizza gli occhi dal basso verso l’alto – se parli da solo davanti a un portone o hai perduto le chiavi o hai perduto la testa. – Il labirinto di rughe è stato decisamente un pessimo indizio da seguire. – No grazie – le  dico – sa’ devo essermi confuso e il mio amico adesso non è in casa, mi sono ricordato ora che avevamo spostato il nostro appuntamento. Era un No! cavolo ti sei scordato. – In realtà la vecchietta ha già infilato le chiavi nella toppa e ha aperto il portone e della mia spiegazione sembra non farsene molto visto che mi liquida con un – Già… – si gira e se ne va.

Cos’è Down?

La vecchietta che si prende gioco di me.

Cos’è Up?

Ha lasciato accostato il portone.

Cammino cammino cammino, mi avvicino al portone, impugno la maniglia, la stringo, spingo il portone… e lo chiudo.

“Cazzo!” Deve essere stato il mio inconscio che mi ha preso per un cretino, tanto quanto ha fatto la vecchietta, e invece di darmi il coraggio mi ha detto ma dove vai imbecille? e ha chiuso il portone per me. Adesso il pulsante mi sembra molto più in alto rispetto a prima e il nome scritto sopra mi sembra molto più piccolo, alzo gli occhi e non riconosco più il palazzo e se mi giro intorno non mi sembra nemmeno più familiare il quartiere. Mi tolgo gli occhiali e mi strofino gli occhi che col sole si affaticano, rimetto gli occhiali e metto a fuoco quello che mi sta attorno: il portone, il pulsante, il palazzo e il quartiere.

Ho fame. Da stamattina ero talmente agitato che non ho ne bevuto ne mangiato nulla. Cammino stavolta per cercare un bar aperto la domenica mattina in periferia; quello all’angolo è chiuso per ferie “Dal 29 luglio al 29 agosto” oh ma beato lui. Più avanti c’è una gelateria, ma non ha la macchina per il caffè. Mi serve della caffeina per stimolare il centro nervoso del mio cervello e capire che quello che voglio fare è un’enorme e profonda cazzata. – Eccolo c’è un bar – sì bello, ma ho di nuovo parlato da solo ad alta voce.

– Un cappuccio e una fetta di ciambellone –

–Integrale o allo yogurt? – mi chiede la banchista. Ha una voce gentile e nonostante gli occhi assonnati sembra contenta di essere lì alle nove di una domenica mattina deserta e caldissima. – Integrale o allo yogurt? – ripete, ma non sembra scocciata – Scusa, integrale va bene – le rispondo finalmente, sorpreso un po’ dalla gentilezza di lei e un po’ dallo spessore della fetta che mi mette davanti. – Si sieda, può pagare dopo – mi dice. Mi siedo.

Cos’è Up?

La ragazza dietro il bancone.

Cos’è Down?

Non finirò mai tutto il ciambellone.

Giro il cappuccino anche se non ci metto lo zucchero, lo giro per farlo raffreddare e mentre mangio mi accorgo che poi il quartiere non è così deserto e qualcuno si affaccia sulla via e dentro il bar, e si comincia a sentire il tintinnìo dei cucchiaini sui piattini da caffè. A pancia piena ho le idee più chiare. “Non sto facendo una cazzata”. Pago il conto ed esco, rigiro il quartiere, cammino verso il palazzo, controllo l’etichetta sul pulsante, ci avvicino il dito… e niente. Niente – Dannazione! – e tre sono le volte che parlo da solo.

Ho trovato un giornalaio e ho preso il quotidiano per vedere se parlano dell’attentato. La panchina sulla quale sto seduto è esattamente davanti al portone, solo cento metri più indietro. L’ultima volta che sono stato seduto su una panchina di domenica mattina ero con il mio cane; io seduto e lui seduto accanto a me a mordicchiare il guinzaglio rosso con cui lo portavo a spasso mentre il fumo della mia sigaretta ne consumava una dopo l’altra. Non ricordo se fossi felice in quel momento. Ma se due più due non fa cinque doveva essere, anche all’epoca, uno di quei momenti Down in cui il centro nervoso del mio cervello si paralizza e anche se dal di fuori sembro completamente vivo, al di dentro sono completamente morto.

Cos’è Down?

La sigaretta.

Cos’è Up?

Il mio cane.

Del giornale ne ho letto forse la metà, non c’è nessun cane a mordicchiare il guinzaglio vicino a me e non fumo nemmeno più. “Solo un respiro profondo e poi ti alzi, ci vai e citofoni”. A quest’ultima cosa c’ho creduto talmente poco perfino io che l’ho solo pensata e non l’ho detta ad alta voce, da solo, un’altra volta. In verità vi dico che ho camminato sull’acqua e fin sotto il portone ci sono andato, perché è scoppiato uno di quei temporali estivi che in meno di cinque minuti il giornale era diventato cartapesta pronta da modellare e i miei vestiti fradici e freddi. Ho guardato il telefono: sono le undici e trenta, ecco perché le campane  suonano, sono pronte a richiamare il popolo alla messa di mezzogiorno. Mia madre accendeva sempre la tv a quest’ora per guardare il papa. Credeva? No. Forse tutta la mia incoerenza dipende da queste domeniche mattina in cui in tv c’era gente che cantava versi di pace e di dolore.

Sono in chiesa con lo stesso odore di incenso e di legno che sentivo da piccolo. Il parroco è ossuto e serio, tutto l’opposto del sorriso della banchista di stamattina, in perfetta sintonia, però, con il mio umore, morto dentro anche lui, disperso a giocare col mio cane in qualche panchina lontana centinaia di metri dalla sagrestia. La chiesa è semivuota, la chitarra dei giovani scout è scordata, fa caldo e la predica è più breve di uno schiocco di dita.

Cos’è Down?

Mia madre.

Cos’è Up?

La messa è finita andiamo a pranzo.

Mi sono scaricato l’app del Mc Donald’s e oggi il pagliaccio inquietante rosso e giallo col sorriso a trentadue denti mi offre un mc menù più un gelato a sei euro. Lo prendo. Ho bisogno di zuccheri cattivi per attivare il centro nervoso del mio cervello e convincermi che non valgo nulla. – La coca cola senza ghiaccio per favore – chiedo all’operatore che mi sta servendo, lui sbuffa, ma nemmeno più di tanto, e mi sbatte, ma nemmeno troppo forte, il bicchiere sopra il vassoio che poi sposta verso la sua sinistra e mi dice – Un attimo per le patatine – e con un’intonazione nasale sull’ultima vocale mi invita a farmi da parte per servire il cliente successivo. A me il gelato in fondo in fondo non è mai piaciuto, quando ero piccolo sceglievo esclusivamente il cono dell’Algida per la granella di nocciole all’inizio e il ripieno di cioccolato sulla punta, la panna in mezzo era un surplus che non avevo mai richiesto e che toglievo col cucchiaino per poi buttarla e raggiungere il mio scopo. Merda forse da bambino ero più motivato di adesso, forse il centro nervoso del mio cervello non aveva ancora fatto click e non c’era nessun morto dentro. Sta di fatto che il gelato compreso nel menù non l’ho nemmeno assaggiato.

Cos’è Up?

La salsa agrodolce del Mc.

Cos’è Down?

Me.

Dopo il temporale l’aria è più fresca e decido di passeggiare tra le pozzanghere e le zanzare, intorno al quartiere con un occhio sempre puntato al portone dove vedo scintillare il nome sull’etichetta sopra il pulsante da cui ancora pende una goccia di pioggia. Click è caduta.

Ho sempre dubitato di essere normale, ma non mi sono mai posto il problema di chiedermi se fossi speciale. Ho visto potenzialità in me una volta, poi sono scappato, come dal portone. Sono cresciuto in una famiglia titubante e paurosa del tipo “chi va piano va sano e va lontano”, ma questo non è mai stato un vero problema finché non ho fatto Click.  

Sono le cinque.

Nonostante tutto dentro quell’appartamento, su al quinto piano, c’è chi resta anche se io vado spesso in corto circuito.

“Passo dopo passo” mi direbbe la psicologa. E allora passo dopo passo mi avvicino al portone che è  di nuovo accostato (sarà stata la vecchietta), afferro la maniglia e tiro. Entro e salgo le scale, su fino al settimo piano; la stessa etichetta col nome, lo stesso pulsante che suono, stavolta.

Uno, due, sei, sette secondi. Click, click, click.

Non scappare “passo dopo passo”. E poi lei, finalmente, apre la porta.

– Ma che fine hai fatto? È tutto il giorno che ti chiamo! – mi dice.

Teresa è la mia ragazza, l’essere umano che condivide la vita insieme a me e che ha accettato di condividere anche il mio corto circuito. Teresa è bella  e io la amo, vorrei dirle che è tutto il giorno che aspetto di vederla, che ho camminato chilometri sotto casa, che ho ripensato alla mia psicologa, a me da piccolo, che sono andato in chiesa dopo vent’anni e al mc Donald’s come vent’anni fa. Vorrei, ma non dico nulla. Lei ha già capito e lo accetta, e io vorrei dirle che non è giusto, che si merita di sentirlo, che non può essere tutto sempre scontato, che io ci provo a non fare click, ma  i centri nervosi del mio cervello vanno per conto loro, che la banchista di stamattina era gentile e che il prete era bianco come il nostro gatto, fino a che “Grazie” le dico “volevo dirti grazie” ripeto “e che sei bella” concludo.

Stavolta ho parlato, ad alta voce, ma non da solo.

 

 

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