L’orchestra della pioggia

Lo svegliò la pioggia insistente sulle tapparelle logore e verdognole. Si girò nel letto verso la moglie che sonnecchiava ancora mentre il sorriso le se infossava nelle rughe ai lati della bocca, poi sospirò guardandosi i piedi sotto la coperta di lana dai fiori ricamati, unica sopravvissuta del corredo nuziale di sua moglie. Fissò i piedi mentre li muoveva a ritmo delle gocce di pioggia sulle tapparelle, andava sempre più a ritmo e mentre la musica incalzava i piedi seguivano una coreografia di tip tap a mezz’aria. Si fece talmente trascinare che la moglie bofonchiò qualcosa rigirandosi su un fianco e poi tacque. Decise così di alzarsi per godere ancora un momento della sinfonia naturale portata dalle nuvole. Infilò i piedi ballerini nelle ciabatte di flanella e strascinò entrambi fino alla cucina.

La casa era calda, con ancora la carta da parati arancione sul muro, con ancora il cassetto segreto dei dolci per i nipoti in visita, con ancora il telefono a filo e lo scaldabagno. La cucina era piccola e ben organizzata, era sempre pulita perché sua moglie spazzava dopo ogni pasto, il frigo sempre pieno e con una bottiglia di coca cola da aprire solo per la visita inaspettata di qualche nipote, il cestino della frutta al centro del tavolo rettangolare e quello del pane coperto da un canovaccio. La moka era pronta dalla sera prima. Quando accese il fornello la pioggia cessò di cadere e la musica svanì, il condominio era talmente silenzioso la domenica mattina che avvertì il sonno interrotto della moglie, il suo infilarsi le pantofole di flanella rosa e il suo strascinare i piedi al bagno. Dopo quasi cinquant’anni di matrimonio non c’era una sola mattina in cui lei non si alzasse per andare, prima di ogni cosa, al bagno a rinfrescarsi il volto, a spazzolarsi i capelli, ormai inceneriti e corti, e a lavarsi i denti. Mentre la moka borbottava lei entrò in cucina e sorrise e lui spense il fornello e la baciò sulla guancia. Era domenica mattina, era il giorno di festa della settimana, il giorno della settimana dedicato al riposo, il giorno della messa, dei pranzi in famiglia, delle gite fuoriporta; il giorno in cui bisogna fare qualcosa che non sia lavorare. Il giorno dell’obbligo. Marito e moglie si guardarono, per loro era il giorno della messa. Fuori iniziò di nuovo a piovere.

La chiesa era a circa cinquecento metri da casa loro e in una giornata senza pioggia l’avrebbero senz’altro raggiunta a piedi, ma quella mattina no, non era possibile, pioveva pesantemente e a tratti talmente forte da rischiare di essere trascinati via; così decisero di andarci in macchina. La chiesa non era mai piena e quel giorno col cattivo tempo ancora meno; le suole delle scarpe scricchiolavano acqua sul pavimento liscio della chiesa, le panche erano bagnate e nell’attesa che il prete iniziasse la liturgia ognuno provvedeva al meglio per stendere sciarpe, richiudere ombrelli e tamponare borse e capelli bagnati. La pioggia proseguì per tutta l’ora della messa e all’amen finale un tuono riecheggiò dietro il crocefisso, il ritmo della pioggia si scatenò sulle mura dell’edificio e i piedi di lui ricominciarono il tip tap immaginario della mattina. Quando aprirono l’ombrello cominciò a tirare il vento e le gocce da perpendicolari scesero oblique, lui orientò l’ombrello per contrastarle, ma il vento portava l’acqua ovunque e si bagnarono. Al verde del semaforo attraversarono la strada quando un altro tuono ancora più forte scoppiò in cielo, talmente forte che la moglie si spaventò e senza interrompere il passo svelto si avvinghiò al braccio destro del marito sotto l’ombrello sbilenco, spaventatissima. Lui l’accolse sotto la sua spalla, ma si divertì talmente tanto del sussulto della moglie che scoppiò in una risata e fu in quel momento che mi guardò come a voler condividere quella risata con me, che dalla macchina dietro le strisce pedonali avevo visto tutta la scena mentre li facevo attraversare. La pioggia divenne sempre più fitta e non so se tra i tergicristalli mi vide ricambiare il sorriso, li vidi avvicinarsi alla portiera di un’auto grigia parcheggiata lì davanti, ma proprio in quel momento scattò il verde, misi la prima e superai le strisce pedonali, quando la pioggia decise di far partire tutti gli strumenti possibili di un’orchestra nello stesso momento e cominciò un diluvio mai visto. Erano saliti in macchina? Dai vetri della mia macchina c’era solo acqua fuori, la musica incessante, il vento ballava coi lampioni, i tergicristalli non riuscivano a stare al ritmo, poi divenne tutto grigio e non vidi più nulla. Erano saliti in macchina?

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