Un cinema a Roma

– Se continua a piovere dovrò venire in macchina. – Avevo risposto così al messaggio di Sabrina. Dovevamo andare al cinema quel pomeriggio, un piccolo cinema vicino a Garbatella dove abita Sabrina, romana d’adozione, mentre io, romana di nascita, avrei dovuto affrontare il traffico, perché vicino casa mia la metro non esiste, non è mai esistita e mai esisterà. Riformulo in nome dell’Alberto Angela che c’è in ognuno di noi a tutela degli scavi romani: a casa mia, che è solo a venti minuti di macchina dal Colosseo, non esistono mezzi di collegamento umani, nel senso che non è possibile che degli esseri umani, nel ciclo della loro breve vita nell’universo, possano prenderli e raggiungere un punto B da un punto A senza soffrire. Ma la rivincita arriverà anche per noi, un giorno. Per ora prendo la macchina e parto fiduciosa e felice, quasi un’ora prima dell’inizio dello spettacolo. Sì perché anche se è domenica piove da molti giorni e Roma non va mai sottovalutata con la pioggia. Ogni tragitto si rivela un pentathlon a occhi chiusi. Io, romana di nascita, lo so e lo sa anche Sabrina che in quanto romana d’adozione ha passato metà dei suoi anni qui su un autobus, una metro o un trenino. Almeno si è fatta furba e si è scelta una casa non dimenticata dalle linee dei bus, ma soprattutto un quartiere vivo dove ci sono cinema, pub, ristoranti più o meno radical chic, ci sono centri sociali adibiti a biblioteche e biblioteche adibite a centri di igiene mentale e addirittura c’è l’Università. Mica come il mio, di quartiere, che nemmeno il cinese per comprarti al volo gli assorbenti ha. Come previsto il parcheggio non si trova, sto pensando di dare fuoco alla macchina perché tanto la pioggia la spengerebbe subito; oppure potrei nasconderla in uno dei crateri sull’asfalto che si formano dopo giorni continui di temporali. Quando, finalmente, trovo posto. Nemmeno mi ricordo se chiudo la macchina e comincio a correre perché mancano due minuti all’inizio del film e non lo so se qui fanno la pubblicità, i trailer, o i consigli per gli acquisti. Sabrina, ovviamente, è già lì e ha pure fatto i biglietti. Sul filo delle luci che si spengono entriamo in sala, i posti non sono numerati così, senza torcia al telefono, tastiamo poltrone ed esseri umani per capire dove sederci anche se la scelta spazia dalla prima alla quarta fila. La guardo, perché so che lei è un highlander dei cinema di nicchia, e la imploro di metterci almeno in quarta fila laterale. Ci sediamo, il film è iniziato nel frattempo, un uomo e un bambino sono in un supermercato in Giappone mentre io mi tolgo il giubbino come la migliore delle contorsioniste. Io al cinema non ho mai avuto problemi perché con il mio metro e cinquanta sono appositamente stata creata per essere comoda in ogni poltrona, anche la più improponibile. La signora alla mia sinistra, invece, deve essere almeno un metro e sessantacinque perciò per stare comoda ha accavallato le gambe verso destra, cioè verso il mio sedile. Non c’è problema io sono fortunata e capisco le difficoltà degli altezza-dotati, quindi lascio correre. Senonché dopo venti minuti non sento più l’uso delle mie di gambe e devo per forza spostarle leggermente davanti alla poltrona e nel fare questo tocco inavvertitamente il ginocchio della signora. Ognuno sa che il tocco impercettibile di un’estranea è il chiaro segnale che hai invaso il suo spazio e devi toglierti. E invece no, il suo ginocchio non si sposta di un millimetro, anzi, si lascia toccare dalla mia gamba quasi con piacere. Non ci credo che la signora possa arrivare a far finta di niente in questa situazione, così le do un’altra piccolissima botta e lei niente. Sullo schermo in una tipica casa giapponese è l’ora di cena e i membri della famiglia iniziano a mangiare in ginocchio sullo zabuton sopra il tatami mentre io, che non ho preso nemmeno i popcorn per concentrarmi meglio, mi giro e cerco il volto della mia vicina e vedo che sta dormendo. Ecco perché non si sposta. Sono sicurissima che quando siamo arrivate era sveglia perché aveva detto qualcosa all’uomo sedutole accanto, probabilmente il compagno. Così cerco un cenno d’intesa con lui: che almeno possa prendersela e farla dormire sulla sua di spalla. Ma niente, l’uomo è concentratissimo, è lui che voleva vedere il film, lei è stata costretta. Dopo dieci minuti scopro che la ribellione in atto non è solo nel sonno, ma anche nei litri di birra che si è bevuta, perché dalla borsa cadono delle lattine sul pavimento, mentre la polizia sullo schermo rincorre il piccolo ladruncolo giapponese. Il film è quasi al termine e la mia vicina si sveglia e, imperterrita nel voler portare a termine la sua battaglia sotto il segno della non violenza, comincia a sbadigliare fragorosamente. È naturale che io guardi Sabrina e insieme scoppiamo a ridere, mentre l’alito di birra ci avvolge insieme al freddo dell’aria condizionata. Il film finisce. Un film toccante e diretto, ha fatto bene il compagno della mia vicina a volerlo venire a vedere e dopotutto penso: se lei si è dovuta ubriacare pur di poterlo seguire, non pensate che ci sia un grande amore dietro?

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