Il passato

Io me lo ricordo quando ero piccola e infilavo con un bastoncino di legno quattro o cinque foglie di basilico nelle bottiglie di vetro. All’epoca era l’unica cosa che mi era concessa fare mentre i miei nonni e i miei zii si riunivano per fare la passata di pomodoro per tutto l’anno. Io me lo ricordo il profumo del pomodoro crudo a mollo nell’acqua, il gusto acre della spremitura e quel rosso intenso dentro le bacinelle blu del bucato. Infilavo il basilico foglia dopo foglia col mio stecchino in mano invidiosa delle mani di mio nonno che spaccava i pomodori uno dopo l’altro senza fermarsi. Prendevo una bottiglia vuota e poi un’altra e un’altra ancora e giù foglie verdi e profumate, mentre il rumore assordante della macchina che schiaccia i pomodori interrompeva il chiacchiericcio delle mie zie. Io me lo ricordo che a metà mattina arrivava qualcun altro della famiglia, molto spesso mio padre che andava a lavoro, e portava la pizza con la mortadella e allora le mani rosse e raggrinzite dall’acqua dei pomodori smettevano di tagliare, il rumore assordante cessava e ognuno lasciava la sua postazione con i grembiuli addosso sporchi come sporco è il lavoro della terra. Io me la ricordo la mia famiglia di contadini: semplice, dura come la terra sotto il sole d’estate, silenziosa come i semi che germogliano e fragile come le piante che si ammalano. Seppure il mio lavoro non fosse pesante mangiavo pizza e mortadella e, anzi, aspettavo con ansia quel momento per asciugarmi anche io con il polso il sudore sulla fronte, per togliermi anche io il grembiule, il meno sudicio di tutti, alzarmi dalle cassette di legno usate come sedie, per mettermi al sole e guardare giù verso i bidoni dove l’acqua già bolle ed essere fiera del mio lavoro. «Se una mollica di pane finisce nel sugo inacidisce tutto», così mi dicevano in dialetto e quindi pizza e mortadella si doveva mangiare lontano da dove si lavorava. Si credeva anche che una donna con le mestruazioni non potesse partecipare perché  «si inacidisce tutto», dicevano.

Io me lo ricordo il dolore alla spalla quando col mestolo dovevi girare e rigirare il sugo nella bacinella e poi metterlo attraverso l’imbuto nella bottiglia, ma senza riempirla tutta. Mio zio dopo anni ancora oggi me lo ripete «se la riempi tutta fino all’orlo poi quando va a bollire scoppia». Ogni anno si diventava più bravi a regolare il fuoco, a impilare le bottiglie, a riempirle il giusto e ogni anno le bottiglie che scoppiavano erano sempre di meno.

Ma anche noi eravamo sempre di meno.

 

 

 

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