Fenice

«Costruiremo una nuova auto!» urlò Theo entrando in casa. Sua nonna sobbalzò sul piccolo divano in stile Chippendale di velluto chiaro: unico mobilio comprato dalla fine della guerra. La madre di Theo, invece, sporse la testa dalla cucina dove stava facendo a fette il cavolo per cuocerlo con le due patate rimaste, e sorrise dell’esuberanza del figlio. «Louise che blatera tuo figlio?» disse l’anziana donna sul divano rivolta alla figlia che, intanto, era già tornata a pulire il cavolo. «Nonna, Nonna! Il Partito ha deciso di farci costruire una nuova macchina. La macchina del popolo!», Theo era entusiasta. Nel 1954, infatti, La RDT aveva deciso che anche la Germania dell’Est avrebbe avuto un mezzo con cui muoversi che non fosse la bicicletta, ma una vera macchina come i tedeschi al di là del muro. E Theo faceva parte della squadra capitanata dall’ingegner Werner Lang a cui era stato affidato il progetto. L’automobile doveva rispondere a criteri imprescindibili: doveva essere piccola, veloce, leggera e soprattutto doveva consumare poco. Soprattutto era vietato l’acciaio che non era di facile reperibilità. Ma tutto si poteva superare nella mente di Theo: lui, come i suoi colleghi, faceva parte della gioventù uscita dalla Seconda Guerra Mondiale. Berlino, come una fenice, era risorta dalle sue macerie: tutto era possibile. Mentre l’anziana Beth ancora non capiva l’entusiasmo del nipote, Theo aveva già tirato giù lo scrittoio a ribalta di mogano scuro che avevano trovato già nella casa che avevano occupato nel 1945. Per Theo quello era l’unico spazio in cui sentiva un po’ di intimità e, nonostante fosse al centro dell’ingresso tra la cucina e il divano della nonna, riusciva a ricrearsi un piccolo mondo in cui nessuno poteva entrare. Prese un foglio di carta e un carboncino e cominciò a ipotizzare con qualche schizzo la futura auto del popolo tedesco. Del popolo tedesco dell’Est, almeno.

La Sachsenring Automobilwerk era la casa automobilistica incaricata dal governo di portare a termine il progetto; Theo era entrato a far parte di quel gruppo di lavoro grazie alle sue capacità, non tanto per i suoi studi. Prima della guerra amava gironzolare intorno all’officina del signor Stein e osservarlo sporcarsi sotto i motori delle autovetture. Di tanto in tanto il vecchio meccanico lo lasciava armeggiare con qualche chiave inglese e qualche bullone. In realtà Theo osservava tutto molto attentamente e, soprattutto, aveva una memoria fotografica che gli permetteva di ricordare ogni singolo movimento eseguito dalle mani sporche di grasso e di olio motore del vecchio Stein. Alfred Stein aveva gli occhi azzurri come il cielo di montagna e i capelli biondo cenere nonostante l’età, ma sua madre era nata ebrea, e perciò un giorno Theo passò e non trovo più nessuno da osservare. Con la fine del terrore nazista, per cercare di aiutare in casa, il giovane Theo girovaga tra i rottami della città e raccoglieva ogni pezzo che poteva tornargli utile, lo ripuliva, lo aggiustava al bisogno, e poi lo rivendeva in cambio di denaro o per riscattare i gioielli di sua madre.

«Theo, è pronta la cena» lo chiamò Louise senza fretta nella voce. Era sempre stata una donna dolce, non si era mai arrabbiata: mai si era lasciata andare al panico, nemmeno quando le bombe le portarono via suo marito. Non c’era tempo per imprecare Dio: doveva rimboccarsi le maniche per suo figlio e per Beth, sua suocera, che dal rumore degli aerei inglesi e dalla morte di Rudolf non si era più ripresa. Anzi era caduta in un sonno profondo e al suo risveglio non ricordava più nulla, né la morte, né il dolore e aveva creduto, o aveva voluto credere, che Louise fosse sua figlia.

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